in evidenza

SABATO 18 LUGLIO

 

Piazza del Teatro

20.00 – Frasca Quartet

(Miguel Charles sax, Stefano Cesari c.basso;  Arturo Valiante piano; Massimo Frasca batteria)


 

21.00 – Concrete Utopias Suite improvvisata sullo storico

discorso di Martin Luther King “I have a dream”

basata su composizioni di Duke Ellington, Charles Mingus, Thelonious Monk and Max Roach

a cura di Angelo Olivieri (tromba) e Bruce Ditmas (batteria)

 


21.30 – Aurelio Gatti  DANZA PITTURA

Performance di danza e pittura con opere di Marilena Sutera

ideata da Aurelio Gatti con MDA Danza.

 

 


 

22.00/22.15 – Solomovie Francesco Cusa plays Buster Keaton”

Francesco Cusa – drums, composition, live electronics

 

 

 

BELVEDERE

 

20.00 – Fanfaroma

 una street band che ribatte i suoni dell’Italian Funk col suo organico di musicisti di varie provenienze, poeti, visionari, camafori e sognatori. Un organico di irregolari, confusi e stupiti urlatori, convinti che la musica debba essere fatta nelle piazze e nelle strade, che possa essere fruita al di fuori dei grandi eventi riscoprendone il ruolo sociale, politico, estemporaneo, surreale. Un ensemble di 18 elementi che tra gran cassa, trombe, sassofoni e rullanti esprime gli andamenti del jazz, del funk, del raggae e del blues.  Il risultato é un repertorio frizzante ed energico, molto divertente, ma che mantiene la qualità come base imprescindibile.


20.30 con replica alle 22.30 – Marta Paganelli – Breve Monologo teatrale “Mare Giallo” dal diario di una volontaria nei campi Saharawi

Lo spettacolo nasce dalla forte esigenza di mostrare un’esperienza semplice, che può cambiare la vita, e lo fa scegliendo proprio un punto di vista inesperto, goffo e inizialmente disinformato. La protagonista ci presenta il suo mondo, un mondo in cui i pensieri si affastellano, in preda ad un’ansia che non trova sfogo, in cui si DEVE sempre fare qualcosa, anche se non sappiamo bene né cosa, né perché. Non si cerca di raccontare in maniera cronachistica gli avvenimenti che hanno portato alla creazione dei campi profughi in Algeria o di fare una sorta di spettacolo/documentario su come i Saharawi vivano. Si osserva una parte di un’esperienza da un punto di vista del tutto personale. Dalla paura dell’inizio, alla preparazione della valigia, alle piccole scoperte di una vita fatta di gesti quotidiani, anche nel deserto. E all’interno di questa quotidianità i confini si annacquano, le distanze si accorciano, l’idea di “diverso” smette di essere così netta. In questa storia si parla di un viaggio. Un viaggio non solo nello spazio, ma nella mente, per ritrovare me stesso, l’altro e l’altrove.

 


21.00 con replica alle 23.00

Roberta Caronia  – “La signora delle lettere” di Alan Bennet

 

 

 

 


21.20 – concerto jazz di Davide Grottelli (sax) e Francesco Mazzeo (chitarra)

con interventi teatrali di Tiziana Foschi

 

 

 

 


Con incursioni teatrali della Palestra dell’Attore di Controchiave

Mostra fotografica a cura di Photoup “ facce da murales “

 

ULIVI - Spazio Libri

 

Ore 20.00  –  Controchiave presenta:  “Come Dante può salvarti la vita” Di Enrico Castelli Gattinara

Nell’era dell’effetto Dunning-Kruger, quella distorsione per cui chi meno sa più crede di sapere, è bello scoprire che invece ci sono stati casi – e tanti – in cui sapere, ricordare ha fatto letteralmente la differenza tra vivere o morire, tra fortuna e miseria, tra resistenza e disperazione. E non il conoscere pratiche estreme di sopravvivenza, ma il fatto di riportare alla mente il brano di un grande classico imparato a memoria ai tempi della scuola, di sapere dove posare le dita davanti a uno strumento musicale, di riuscire a interpretare un dipinto o una scultura, di comprendere un’opera teatrale. Il fatto di avere un piccolo ma solido bagaglio di cultura. Sì, cultura. Enrico Castelli tutti i giorni deve trovare il modo per convincere i suoi ragazzi che sapere serve. E quando loro sbuffano alla richiesta di imparare qualche verso di Dante a memoria, racconta loro la storia di un uomo che grazie a quelle terzine è sopravvissuto al campo di concentramento.

 


Dalle 21:00 alle 23:00 – La rassegna letteraria itinerante Autrici Autori in Vetrina a cura di Lucia Migliaccio e Barbara Cultrera presenta: “Libera non libera” di Alessia Nicoletti 

Allegra è una giovane donna, si è trasferita da Roma a New York e fa la giornalista. Ha lasciato la famiglia, l’Università, le illusioni ma soprattutto una brutta storia a casa ed è volata lontano, nella città delle seconde possibilità. Tenace ed orgogliosa crede molto nel potere dell’informazione, quella vera, quella in grado di cambiare il mondo e tenta di farlo ogni giorno nel miglior modo possibile, scontrandosi contro un sistema maschilista in cui la donna percepisce uno stipendio inferiore ad un uomo che occupa la stessa posizione lavorativa, oppure dove una donna ha paura di affrontare una gravidanza poiché potrebbe non ritrovare la sua scrivania una volta rientrata dalla maternità, o ancora dove una donna dopo aver subito uno stupro o un tipo di molestia deve sentirsi dire frasi del tipo “la donna è fonte di desiderio, è un istinto primordiale.” O “se non avesse voluto attirare l’attenzione, non avrebbe dovuto vestirsi in quel modo.” O ancora “va bene tutto, ma se indossi il perizoma è perché ti vuoi levare i Jeans…”. L’autrice ci dona un’opera in cui il femminicidio, la disuguaglianza tra i sessi, sono affrontati con rigore e sensibilità.

 


“Maschere letali” di Fabio Mulas

La storia è costruita sulle dinamiche del giallo poliziesco con però elementi e richiami della tradizione sarda, ai quali l’autore, Fabio Mulas, è legato.
Due uomini sono uccisi in circostanze analoghe, scuotendo l’entroterra di tutta la Sardegna. L’assassino sfigura le sue vittime lasciando sul volto delle riproduzioni di Mamuthones, la maschera tradizionale più diffusa sull’isola. Guidati dal maresciallo Gavino Melis, i carabinieri di Santa Maria de Forraxi non riescono a individuare quale mente si cela dietro quelle macabre esecuzioni.
Il coraggioso comandante e i suoi uomini dovranno districarsi tra antichi rituali, codici d’onore e false piste per giungere alla risoluzione dell’enigma. Tutto ciò basterà per incastrare il misterioso killer?

 


“Onorevoli ipocrisie” di Alfio Cataldo Di Battista

Tre amici quarantenni, l’età in cui molte certezze vengono rimesse in discussione, vivono senza grossi scossoni nell’entroterra abruzzese fino al giorno in cui uno di loro, candidato nella lista che vincerà le elezioni in paese, sparisce misteriosamente alla vigilia del voto. Sua moglie, figlia di un ricco costruttore ha i nervi a pezzi e tenta il suicidio dal quale però viene salvata in extremis. La ricerca dell’amico scomparso metterà gli altri due a dura prova poiché si troveranno di fronte a uno scenario inaspettato, un mondo dai contorni opachi, fatto di sotterfugi e falsità, archetipo di una società malata, priva di certezze e senza alcun punto fermo. Le storie personali dei protagonisti si mescoleranno così alle vicende legate a uno scandalo politico di portata nazionale che scuote i malfermi equilibri del loro piccolo paese montano. Situazioni scabrose metteranno a nudo i limiti di una comunità decadente, pervasa dall’ipocrisia sullo sfondo di una politica spietata che mastica le persone divorandone l’anima. La tranquilla quotidianità del paese e dei protagonisti verrà sconvolta dalle vicende giudiziarie di un’importante famiglia che tenta di conquistare i piani più alti del potere ma cade rovinosamente, vittima sacrificale di un sistema che non perdona gli sgarri

 

 

DOMENICA 19 LUGLIO

Piazza del Teatro

 

Massimo Popolizio “PILATO”

 

Nel capolavoro “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, uno dei diversi piani del racconto si svolge in Giudea e ha come protagonisti il procuratore romano Ponzio Pilato e Jeshua Ha-Nozri (nome aramaico di Gesù, utilizzato da Bulgakov), mite predicatore a processo con l’accusa di istigazione alla rivolta contro entrambe le autorità, spirituale e politica, di Gerusalemme.

In scena è il monologo PILATO, con Massimo Popolizio e musiche originali ed eseguite dal vivo da Stefano Saletti, Barbara Eramo

Massimo Popolizio offre un’ interpretazione magistrale del lavoro di Bulgakov, con parole e descrizioni, già evocative, trasformate letteralmente in vita reale: il palco, privo di qualsiasi scenografia, diviene il cortile di Pilato e l’attore, con la sola mimica e i repentini cambi di tono e registro ci appare ora come il vagabondo incatenato e vestito di stracci, ora come il procuratore, con il mantello purpureo e seduto su un seggio che torna ad essere lo sgabello dell’attore a fine spettacolo.

Stefano Saletti è attivo da quasi vent’anni nel campo della world music e in particolare delle sonorità tradizionali mediterranee, dapprima con la ricerca musicale effettuata con la band Novalia e attualmente con la Piccola Banda Ikona, che si occupa di esecuzione di brani originali, arrangiamenti e riletture, oltre che di workshop e laboratori sulle sonorità mediterranee.

Ad accompagnare le sequenze di Saletti c’è la bella voce di Barbara Eramo, anche lei fra gli artisti del progetto Piccola Banda Ikona e da tempo rappresentante di spicco della world music italiana, principalmente per quel che riguarda le influenze mediterranee e mediorientali.

Lo spettacolo, oltre a essere una grandissima prova d’attore di Popolizio costituisce una vera e propria esperienza musicale, in un esempio di perfetta sinergia fra testo scritto, interpretazione e commento sonoro cui consigliamo di assistere in eventuali future repliche.

FESTA PER LA CULTURA 2020

Domenica 19 luglio 2020 ORE 21.00 – parco della scuola Principe di Piemonte via ostiense 263c

per l’ingresso è prevista la prenotazione obbligatoria al seguente link

PRENOTAZIONE ON LINE SU EVENTBRITE

 

L’Associazione Culturale Controchiave vi invita quest’anno a un’edizione “leggera” della storica manifestazione Festa per la Cultura.

In questi mesi abbiamo ragionato molto sulla possibilità, e anche sulla opportunità di mantenere questo storico appuntamento, che per sua natura è una Festa di popolo e di piazza.
Abbiamo deciso di adoperarci per esserci, anche quest’anno e nonostante tutto, e sempre degli spazi della scuola-villaggio Principe di Piemonte in collaborazione con l’I.C. Via Padre Semeria.

La manifestazione di quest’anno sarà necessariamente molto diversa da quella a cui siamo tutti abituati: per garantire il rispetto delle norme anti-Covid-19 non ci saranno balli di gruppo, brass band itineranti, o grandi concerti fino a notte fonda, né potremo offrire punti per la ristorazione.

Abbiamo invece pensato a una serie di eventi culturali di varia natura e alta qualità dedicati a gruppi di fruitori ristretti, per ribadire l’idea che la Cultura vada sostenuta oggi più che mai, nonostante le difficoltà inedite che stiamo vivendo da alcuni mesi.

Con questa iniziativa Controchiave vuole, come ha sempre fatto nel corso degli anni, sostenere il settore dello spettacolo dal vivo, mai come oggi in fortissima crisi; vuole sostenere la lotta della Scuola per un futuro meno incerto e zoppicante; vuole infine offrire alla comunità territoriale un’occasione, nel rispetto di tutte e tutti e del luogo che ci ospita, per tornare a vivere il quartiere e i suoi luoghi più significativi in modo piacevole, costruttivo.

Si inizia la sera di sabato 18 luglio con la presentazione della Festa per la Cultura 2020 e con un piccolo calendario di eventi con presentazione di libri, teatro, concerti acustici e danza; si prosegue il giorno successivo, domenica 19 luglio con lo spettacolo “Pilato” di Massimo Popolizio.

Le iniziative saranno a ingresso gratuito e contingentato; lo spettacolo di domenica su prenotazione.

Nel capolavoro “Il Maestro e Margherita” di Michail Bulgakov, uno dei diversi piani del racconto si svolge in Giudea e ha come protagonisti il procuratore romano Ponzio Pilato e Jeshua Ha-Nozri (nome aramaico di Gesù, utilizzato da Bulgakov), mite predicatore a processo con l’accusa di istigazione alla rivolta contro entrambe le autorità, spirituale e politica, di Gerusalemme.

In scena è il monologo PILATO, con Massimo Popolizio e musiche originali ed eseguite dal vivo da Stefano Saletti, Barbara Eramo

Massimo Popolizio offre un’ interpretazione magistrale del lavoro di Bulgakov, con parole e descrizioni, già evocative, trasformate letteralmente in vita reale: il palco, privo di qualsiasi scenografia, diviene il cortile di Pilato e l’attore, con la sola mimica e i repentini cambi di tono e registro ci appare ora come il vagabondo incatenato e vestito di stracci, ora come il procuratore, con il mantello purpureo e seduto su un seggio che torna ad essere lo sgabello dell’attore a fine spettacolo.

Stefano Saletti è attivo da quasi vent’anni nel campo della world music e in particolare delle sonorità tradizionali mediterranee, dapprima con la ricerca musicale effettuata con la band Novalia e attualmente con la Piccola Banda Ikona, che si occupa di esecuzione di brani originali, arrangiamenti e riletture, oltre che di workshop e laboratori sulle sonorità mediterranee.

Ad accompagnare le sequenze di Saletti c’è la bella voce di Barbara Eramo, anche lei fra gli artisti del progetto Piccola Banda Ikona e da tempo rappresentante di spicco della world music italiana, principalmente per quel che riguarda le influenze mediterranee e mediorientali.

Lo spettacolo, oltre a essere una grandissima prova d’attore di Popolizio costituisce una vera e propria esperienza musicale, in un esempio di perfetta sinergia fra testo scritto, interpretazione e commento sonoro cui consigliamo di assistere in eventuali future repliche.

FESTA PER LA CULTURA 2020

Domenica 19 luglio 2020 ORE 21.00 – parco della scuola Principe di Piemonte via ostiense 263c

per l’ingresso è prevista la prenotazione obbligatoria al seguente link

PRENOTAZIONE ON LINE SU EVENTBRITE

Numerose tracce estrapolate da vari cd, creano un tappeto sonoro in cui la batteria corre seguendo le immagini del film. È una sorta di composizione di remix audio che mira a sottolineare l’opera di Keaton, dinamica e spesso onomatopeica, rispettando l’incredibile ritmo del film: di Buster Keaton: ‘Sherlock Jr’-

Il mio lungo rapporto con Buster Keaton di Francesco Cusa

Atti e performance di sonorizzazione nell’era digitale
Per questioni insondabili, che non possono essere giustificate o debitamente risolte con la passione e le ragioni dell’opportunità, mi sono ritrovato ad avere a che fare – misticamente – con Buster Keaton, e in particolare con il film “Sherlock Jr.”. Ne ho tratto un progetto, commissionatomi lustri orsono non so più neanch’io da chi, che ho denominato “Solomovie”, con il dichiarato intento di rievocare una strampalata versione dell’originario accompagnamento, un tempo affidato al pianoforte e qui riproposto con la batteria. Un rapporto “intimo” dunque, a due, un confronto tra me e Buster, una sfida del ritmo tra tamburi, piatti, piroette e inseguimenti. Mi sono avvalso di una sorta di colonna sonora, concepita con droni musicali e varie miscele di brani sovrapposti (jazz, rock, pop), di una “base” insomma, che ho composto e poi montato in sincrono con il film, ciò per garantire una variabilità musicale che mi aiutasse a superare i naturali limiti legati al mio strumento. Un insieme pirotecnico, didascalico, volto a spettacolarizzare ancor di più le funamboliche gesta di Keaton, grazie alla scelta di un approccio quasi drum’n‘bass deil’accompagnamento percussivo.
Questa la necessaria premessa.
Man mano che procedevo con le repliche, durante l’iterazione delle performance dal vivo, riproposte per i più disparati contesti (ricordo un romantico tour verso la fine degli anni Novanta, da Budapest fino a Travnik – dall’Ungheria alla Bosnia e poi ancora all’Italia – in Fiat Uno rossa, solo e con lo spettro di Buster sul sedile del passeggero), nelle progressive sonorizzazioni dello stesso film, cominciarono a farsi tangibili alcuni dettagli occulti. Il volto di Buster Keaton – vero e proprio mandala, – non era affatto immutabile; cangiava in maniera sottile, era il divenire silenzioso della mutazione, il cambiamento che segue le regole impercettibili della deriva dei continenti; era tutto fuorché posa, immagine d’un volto pietrificato. Nella nitidezza della pellicola restaurata, man mano che procedevo con gli spettacoli, replica dopo replica , vivere la maschera dell’attore diventava sempre più esperienza sinestetica, vivida, attuale.
– Il volto di Buster Keaton non è paradossalmente rappresentabile, sfugge da ogni parte, è un lago apparentemente calmo in cui confluiscono le turbe di torrenti e affluenti.
Questo appuntavo sul mio diario di viaggio di quei giorni.
Ora, un conto è guardare un film anche più volte in qualità di spettatori, un altro è suonarci dentro, viverne lo stato di trance costante, di tensione dialettica. Il ripetersi – per me – ciclico dello stesso film, con la variabile unica delle mie improvvisazioni allo strumento, rappresentava la quintessenza dell’iterazione, qualcosa che sfuggiva alla morsa del “ready made”, al banale gioco delle permutazioni visive. Mi trovavo insomma in relazione con un’incarnazione visiva del volto di Kali, con un’icona che nega paradossalmente se stessa tramite un segnale illusorio, semanticamente ambiguo.
“Ceci n’est pas Buster Keaton”.
La stessa cosa non può dirsi di Chaplin. Riconoscendo il futuro, abbracciando la tecnologia, Chaplin, di fatto, uccide una certa idea di cinema, ne violenta in qualche modo il mito, ne seziona hegelianamente il cadavere e non esita a intraprendere il viaggio, varcando le Colonne d’Ercole del Sonoro. Il nuovo Frankenstein Parlante piace molto poco, viceversa, a Keaton, che non necessita di questo passage à l’acte, essendo egli stesso incarnazione “mayca” della quintessenza cinematografica (attore, regista, sceneggiatore, stuntman ecc.).
Nel film “Sherlock Jr.”, Keaton si interroga sulla stessa natura del cinema, mette in scena, come in certi quadri di Escher, il paradosso e usa la camera come scandaglio delle profondità ctonie dell’essere, sperimentando effetti speciali e utilizzando la tecnica della mise en abyme in maniera pregevole. In breve, egli rimane prigioniero del sogno, della catarsi delle sue ambasce amorose, che si riveleranno poi, nello straordinario e attualissimo finale, altrettanto angoscianti dopo l’apparente “happy end”. Per dirla con Deleuze, Se siete intrappolati nel sogno dell’altro, siete fottuti. E qui l’Altro è lo stesso Keaton, Sua Maestà il Cinema in persona, ma anche il sottoscritto, sorta di Spettatore Attivo, manipolatore blasfemo di una colonna sonora volutamente contemporanea, in contrasto, la batteria essendo veicolo tribale, tamburo OGM modificato dal sincretismo coatto.
Ero dunque un eretico? Un blasfemo? E quelle occhiatacce di Buster Keaton, apparentemente neutre, erano rivolte a me? Al corruttore della purezza della sua opera? Chi può realmente dirlo. So per certo che in certi frangenti del giorno, mi ritrovavo a camminare come “lui”, con le gestualità “sue”, per non dir della notte, quando sognavo di correre sopra i treni e di lanciarmi dal tetto della casa, afferrando la sbarra del passaggio a livello, come nella famosa scena dell’inseguimento. Talora il volto di Keaton mi appariva come la superficie lunare, sinaptico adattamento della Luna di Méliès, e io ero un viaggiatore spaziale diretto sul satellite. Ma il mio non era tanto un allunaggio, quanto piuttosto un precipitare sordo verso le porosità della maschera, che si facevan voragini e crateri, bianco lucore e poi tenebra oscura che mi risucchiava, fintantoché non mi svegliavo all’urlo ossessivo della parola: “Pareidolia! Pareidolia!”.
Cosa è vero? Cosa è Reale?
Negli attuali videogames, il Player (maiuscolo) è l’unico a confutare il “game over”. Egli, l’Onnipotente, l’Osservatore, il “facitore” di una trama che è stata concepita da altre menti, è il detentore di un’investitura, l’“Onnisciente Relativo”, e a tali margini di consapevolezza (ovviamente parziale), non può giungere il protagonista della trama, l’eroe, il quale vive la tragedia del suo proprio mondo, simultaneamente a tanti altri Sé. In altre parole il protagonista del gioco sperimenta la morte ogni volta, come se fosse la prima, unica, definitiva fine. Ovviamente tutto ciò, la simultaneità degli universi paralleli dei players (chessò, tutti i “moonoliti Playstation” in cui si sta giocando in questo preciso istante lo stesso gioco con sviluppi di trama infiniti e cangianti), costituisce il paradigma di ciò che potrebbe essere “il Sistema”, la rete di demiurghi che determinano le sorti dei protagonisti di ogni singolo gioco.
In definitiva, siamo mortali dal punto di vista corporeo, ma essenzialmente indistruttibili dal punto di vista della coscienza: una fuga indefinita verso diversi gradi percettivi di consapevolezza.
Nei rispetti del cinema, quella di Keaton è una “morte assoluta”, naturale, come può esserlo ogni fine che non sia celebrazione e parvenza di rito, o meglio, per tornare al paradigma di cui sopra, in antitesi alle morti di Willy il Coyote, eterne rispetto ai tranelli che tende a Be Beep. Nella sua pura essenza di cinema, Keaton è paradossale sottrazione visiva che sfugge alla simbolizzazione, pareidolia di una maschera, rottura del ciclo delle iterazioni, del samsara, moksha e definitiva liberazione. E se Buster Keaton in questo suo rifiuto, in questo suo disagio introspettivo, avesse intimamente negato lo sguardo al futuro? Se ne avesse preconizzato inconsciamente le istanze e avesse tirato i remi in barca proprio per tutelare una peculiare identità di cinema, di arte, di purezza che riverbera abbacinante fino ad oggi? Rito, iniziazione? Mi piace pensarlo, o quantomeno teorizzarlo ai fini di questo piccolo saggio. La morte assoluta è già annunciata nel gioco di inganni in “Sherlock Jr.”, tramite l’illusorio repertorio di specchi che delimita la realtà dal sogno, e che finisce col negare la rappresentazione, o meglio la sua storicizzazione; è un film limite, assoluto: oltre non si può andare, pena l’oblio. E’ come se Keaton avesse posto i germi della fine stessa del cinema in nuce, lo sguardo introspettivo, intimo, rivolto al Sé, come a rendere “manifesto” l’indicibile, farsesca la concettualizzazione simbolica.
E io che guardavo. E io che suonavo. Insomma che diavolo ci facevo lì?
La stanza congelata in un esperimento di PNL. Si può spostare a piacimento la macchina da presa nello scenario immobile. Sono l’osservatore neutrale della mia performance. Eccolo lì lo schermo, la faccia immanente di Keaton, e poi “quel me” di profilo, nell’atto del prodursi, in un gesto antico, congelato: la mano destra che sta per abbattersi sul “crash”, la sinistra sul rullante, la schiena leggermente curvata a sinistra. Questo “point de capiton” (come lo definirebbe Lacan), comunica una “verità” che non posso argomentare, ma che posso vivere esclusivamente come esperienza cinestetica, non esplicabile. La frase che può avvicinarsi a questo campo percettivo della mia coscienza è la seguente: “il cinema di Keaton non è un cinema apodittico. Può anche apparire come tale, ma tale prospettiva sarà sempre fuorviante, perennemente ingannatoria, ambigua”.
Mi viene in mente anche un altro parallelismo: ne l’ “Armata dei Sonnambuli” di Wu Ming, la rappresentazione dell’immaginario della Francia post-rivoluzionaria è posta in una prospettiva paradossalmente a-storica, immanente, ciò proprio grazie al gioco di ri-attualizzazione di quelle vicende, alla miscela di vero e verosimile, all’inganno della teatralizzazione. In “Sherlock Jr.”, accade la stessa cosa: Keaton mette in scena la parodia dell’immaginario americano degli anni venti del secolo scorso e ne modifica geneticamente il contesto, la sua effettualità; grazie alla sua maschera, spettro alienato che cattura magneticamente la realtà e la centrifuga, egli determina un’alterità sublime alle emozioni, al gioco perenne della gioia e del dolore, finendo col distorcere la natura stessa del quotidiano. Inoltre, egli rischia letteralmente la vita nel suo cinema, mette a dura prova le sue qualità di stuntman, e spesso la fa franca per una questione di centimetri (cosa del resto comune a molti attori dell’epoca). Ma in gioco non c’è solo la (sua) morte “relativa” del corpo, bensì quella “assoluta” e sadiana dell’anima, lo scardinamento della legge dell’eterno ritorno, a sua volta figlio di una dualità, dell’eclissi del muto e della nascita del sonoro. I vagiti del neonato, le urla del pargolo (frutto dell’unione tanto bramata) che caratterizzano il finale di “Sherlock Jr.”, sono il grido silente di una liturgia che si celebra nel silenzio siderale delle pellicole, il vero urlo di Munch del cinema muto.
E dunque?
Ripetere la sonorizzazione del suo film era per me, alla fin fine, mimare l’esistenza, una perenne palingenesi, l’atto primo, unico, mai nato, la deriva illimitata del pixel, o per dirla con Antonio Banfi: era la “Vita dell’arte”. Tuttavia, ogni mio gesto, ogni atto musicale, perfino la base sonora che avevo montato in precedenza, andava a collocarsi su un piano retroattivo, fatale, in una sorta di territorio neutro che precede l’effettuale, la realtà pulsante e materica, condannandomi a un perenne déjà-vu. E così ogni rullata, ogni frizzar di charleston erano già contemplati, erano il soggetto assoluto hegeliano, l’espressione che generava l’essenza infinita di Keaton; egli mi era Demiurgo e ogni mio spasmo viveva nel (del) suo cinema, della forza carismatica del suo volto. Non potevo che fare quel che facevo, a ogni replica, inevitabilmente, in qualità di marionetta, suddito e officiante al servizio di una causa. Percorrevo un solco già scavato, sovrascrivevo una storia, la mia/sua narrazione, vivevo la mia pura formalità, l’esser agìto, mosso, scosso, tratto, concepito come l’interprete, il funzionario posto al di qua della cornice, del luogo topico.. E quel mondo non era il mio; vi ero ammesso in qualità d’intruso, d’arrogante viaggiatore temporale alle prese con la modifica del passato e vanamente teso alla reificazione del sacro. Maculare d’attualità il mistero dell’affabulazione: quale ingenua follia! Che atto ridicolo di provinciale alchimia!
Tutto è già accaduto.
Dovetti smettere, abbandonare il progetto. Keaton aveva preso a tormentare anche le mie notti, con quegli occhi da Kalì, tutto falci e coltelli, ed era fermamente intenzionato a tagliarmi la gola e a recidere il mio capo. Ricordo un incubo fra tutti: Buster Keaton domina una sorta di Golgota, il cielo è plumbeo, dietro le tre croci. La camera si produce in un lentissimo piano sequenza che culmina nella mia testa fra i lampi, retta dalla mano gigantesca del di Sherlock Jr… Keaton è severo, è una divinità del Tremendo. Le sue sclerotiche sono rosse e i suoi movimenti lenti, muliebri, come quelli degli attori del teatro kabuki. Poi il coltello cala come una mannaia… lampi e ancora lampi.
Egli ’è gigantesco, più alto delle montagne e il suo cappello sfiora il cielo.
Apre le sue fauci e divora il mio corpo e quel che ne resta, come un novello Crono.
Essere masticati da Keaton. Vivere il cinema. Essere nella pancia del cinema. Essere l’essenza del cinema.
Sono solubile. Sono parte. Sono cellula. Sono anticorpo. Viaggio alla velocità della luce per vene e arterie, stringhe temporali, nel buio di un universo senza luce.
Scorrono i titoli di coda: “Keaton il Tremendo, tagliatore di gole”.
Sottotitolo: “Sgozzo le gole di chi osa”.
E’ l’unico film muto in cui il Genio parla. Recita, scandendo bene col labiale: “Divoro il mio stesso cinema per renderlo solubile”.
Regia di Buster Keaton.
E’ tutto un grondare di sangue.

Francesco Cusa

Batterista, compositore, scrittore, è nato a Catania nel 1966. Intraprende lo studio del pianoforte a quattordici anni, poi passa alla batteria facendo seminari con Ettore Fioravanti, Bruno Biriaco, Roberto Gatto, Massimo Manzi. Si trasferisce a Bologna nel 1989, dove si laurea al Dams nel 1994 con la tesi: “Gli elementi extramusicali nella performance jazzistica”. In quell’humus ha modo di collaborare con artisti provenienti da varie parti d’Italia, come Fabrizio Puglisi, Domenico Caliri, Paolo Fresu ecc. In quegli anni fonda il collettivo bolognese “Bassesfere”, assieme ad altri esponenti della musica jazz e di ricerca di quegli anni. Il suo percorso artisti co lo porterà a suonare negli anni in Francia, Romania, Croazia, Slovenia, Bosnia/Erzegovina, Serbia, Olanda, Germania, Svizzera, Austria, Ungheria, Norvegia, Spagna, Belgio, Danimarca, Polonia, Usa, Cina, Giappone, Etiopia, Turchia. Successivamente fonda assieme a Paolo Sorge e Carlo Natoli il progetto artistico “Improvvisatore Involontario”, che diventerà una delle label più influenti nel panorama italiano del jazz di ricerca. Da sempre interessato all’interdisciplinarità artistica, è anche scrittore di racconti, romanzi e poesie e ha pubblicato diversi articoli di musicologa e di critica cinematografica presso molte riviste specializzate. Nel corso della sua carriera ha realizzato numerosi lavori di creazione e sonorizzazione di musiche per film, teatrali, letterari, di danza e arti visive, collaborando con noti ballerini, poeti e visual performers.
Attualmente è leader dell’FCT TRIO con Gianni Lenoci e Ferdinando Romano, del FRANCESCO CUSA & THE ASSASSINS con Valeria Sturba, Giovanni Benvenuti, Ferdinando Romano, , dell’ensemble: “NAKED MUSICIANS”, del progetto di sonorizzazione di film d’epoca “SOLOMOVIE”, di WET CATS (Gianni Lenoci, Francesco Cusa), MANCUSA (Giovanni Mancuso, Francesco Cusa) FRANK SINAPSI (Cusa/Merlin), THE MACHINE (Cusa/Lenoci/Martino) e dello spettacolo musical-teatrale “K & SPADA”, in duo batteria e voce insieme all’attore e regista GIUSEPPE CARBONE. Collabora con: PAOLO SORGE “Trio” (Sorge, Evangelista, Cusa), HOMAGE A STANLEY KUBRICK (Manzoni, Campobasso, Senni, Cusa), ITALIAN SURF ACADEMY (Marco Cappelli, Luca Lo Bianco, Cusa). Il suo Naked Musicians” è un metodo di conduction musicale che è stato realizzato in varie parti del mondo e da cui è stato tratto anche un libro di teoria musicale sulla “conduction”, chiamato, appunto “Naked Performers”. Ha eseguito musiche di Yotam Haber, Emilio Galante, Cristina Zavalloni, Magma, Alfredo Impullitti, Domenico Caliri, Tim Berne e molti altri. Da alcuni anni alterna la professione del musicista a quella dello scrittore di racconti, romanzi aforismi e poesie – “Novelle Crudeli”, “Ridetti e Ricontraddetti”, “Racconti Molesti” editi da Eris Edizioni e Carthago, “Canti Strozzati” edito da “L’Erudita-Giulio Perrone Editore, “Stimmate” edito da Algra Editore, “Amare, Dolci PIllole” edito da “Fotocopie” – e di critico cinematografico per la rivista “Lapis”. Collabora dal settembre 2013 con la rivista “Cultura Commestibile”, con scritti di cinema e curando la rubrica “Il Cattivissimo”, dall’agosto 2018 con il giornale on line “Sicilia Report” curando la rubrica “Lo Stiletto”, e dall’aprile 2020 con la rivista “Magazzini Inesistenti”. La sua voce è presente nel “Dizionario del Jazz Italiano” a cura di Flavio Caprera.

 

Questa frase l’abbiamo letta spesso in questi giorni, pronunciata anche da responsabili istituzionali come il ministro Franceschini.
Eppure, non sembra proprio che sia così.  

Per la maggior parte delle attività produttive sono stati previsti protocolli e percorsi di uscita dall’emergenza; per le attività culturali, spettacolo dal vivo, scuole d’arte, teatri e auditorium invece poche parole concrete.
Operatori culturali, artisti e tecnici sono tra le categorie più colpite da questa crisi perché da sempre ai margini del sistema, precari a tal punto da non rientrare, in molti casi, nemmeno nei sostegni economici stabiliti dai recenti provvedimenti governativi.
L’emergenza questo settore la vive da sempre, ma stavolta rischia di essere spazzato via.

Eppure, la cultura proprio in questa situazione non solo non deve essere solo “parte di un problema”, ma può essere invece parte della soluzione Così come il flashmob sonoro del 13 marzo, all’inizio della ‘quarantena’, seppe confortare e incoraggiare milioni di persone frastornate e spaventate, innescando percorsi di resilienza virtuosa, così oggi, nel momento della ripartenza, l’iniziativa culturale e il gesto artistico possono infondere speranza e contribuire a ricostruire un immaginario positivo in una società ferita moralmente ancora prima che economicamente e socialmente. 

Per questo chiediamo a tutti di avere coraggio: alle Istituzioni il coraggio di provvedimenti senza precedenti  a sostegno della cultura e dello spettacolo dal vivo, che vada oltre l’emergenza; agli operatori, agli artisti, e quindi anche a noi stessi, il coraggio di pensare forme diverse e innovative di proposta artistica; ai fruitori, a tutti voi, il coraggio di tornare ad assistere a uno spettacolo, a frequentare i luoghi della cultura, a sostenerli.

Il mondo degli operatori culturali non è mai stato fermo, in questi mesi, e la condivisione di idee e soluzioni stanno arricchendo come forse mai il dibattito.
Un tema forte è quello degli spazi: c’è urgenza di conoscere come poter gestire i nostri spazi, ma anche come poter rioccupare gli spazi pubblici
Per isolare il virus e liberare i corpi oggi sappiamo che può essere praticabile la gestione di incontri in luoghi aperti. Allora iniziamo ad aprire le piazze, rendiamo possibile l’occupazione di queste per fini culturali (lezioni, laboratori, concerti, incontri). Provino le istituzioni a favorire questo percorso rimuovendo qualcuno dei tanti ostacoli imposti dai vari regolamenti. Ad esempio rendano i luoghi all’aperto occupabili dietro una semplice comunicazione di nulla osta, senza balzelli di occupazione suolo, o Siae, forniscano la possibilità di allaccio elettrico gratuito per iniziative culturali di piazza, ecc.

Insomma la cultura non può chiudersi. 

Capiamo, veramente, insieme, come tornare a renderla pubblica  e fruibile per tutti.

Associazione Culturale Controchiave

 

Nonno, nonna, ti ricordi che un giorno mi hai raccontato che…
Potrebbe cominciare così il racconto di un/a ragazzo/a o di un/a bambino/a che ricorda una storia che suo nonno, o sua nonna, gli ha raccontato. Una storia che lo ha colpito perché parla di un mondo diverso dal suo, che lo ha fatto tanto ridere, o che lo ha fatto riflettere, o magari commuovere. Ecco, vorremmo che questa storia fosse raccontata anche a tutti noi, perchè è bello tramandare le storie dei nonni, è bello ricordarsele, ed è anche bello che i nonni sappiano che noi ce le ricordiamo. Così potremo accorciare quella distanza tra le generazioni che si amano di più (nonni e nipoti), e che ora sono costretti a stare lontani, ma solo fisicamente.
Vorremmo raccogliere queste storie, in forma video, o audio, o semplicemente scritte, a parole o con immagini disegnate. Poi magari, se necessario, le arricchiamo noi con musiche e voci dei nostri attori. E condividerle sui nostri canali (vedi sotto).
Potete inviare tutto via mail a [email protected]controchiave.it
A presto

             

l’immagine è stata realizzata da Giacomo Keison Bevilacqua)

sul canale you tube di Controchiave, potete vedere/ascoltare le favole al telefono di Gianni Rodari raccontate dai soci e dagli amici dell’associazione, buon AscoltoVisione

è stata la prima iniziativa da quando è iniziata l’emergenza corona virus, condivisa da migliaia di persone non solo in Italia ma in diverse parti del mondo. Un modo per rompere il silenzio che in quei primi giorni di isolamento è servito a rompere il silenzio e a sentirsi meno soli.  di seguito una parte dei tweet che hanno accompagnato l’evento.

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Il progetto, in fase di realizzazione (inizio attività ottobre 2019), intende offrire ai richiedenti asilo e rifugiati vittime di tortura un percorso di riabilitazione psicosociale, attraverso un’opzione terapeutica non convenzionale per contribuire in modo efficace e duraturo al percorso di integrazione, incidendo positivamente sulle condizioni di marginalità sociale che accomuna questo target.

Nello specifico, il progetto consiste nell’organizzazione di un laboratorio musicale di percussioni di un gruppo eterogeneo di 10 beneficiari, della durata di 3 mesi, con cadenza settimanale (sessioni di 4 ore a settimana). Il laboratorio è stato avviato dal Consiglio Italiano per i Rifugiati, in collaborazione con l’Associazione culturale Controchiave, che mette a disposizione i propri professionisti, gli strumenti musicali e gli spazi necessari per tale attività. Sono previste delle borse-lavoro per i partecipanti al progetto. La scelta di questa attività nasce dalla riflessione che un laboratorio musicale offre ampie possibilità di espressione, comunicazione, interazione, condivisione e crescita. In particolar modo un laboratorio musicale di percussioni è accessibile a tutti, indipendentemente dal grado di conoscenza e preparazione musicale, invita all’ascolto di sé e dell’altro, è esercizio fisico, aiuta a rilasciare tensioni; offre inoltre concrete possibilità di realizzare percorsi individuali e d’insieme atti a sfruttare a pieno gli aspetti formativi, educativi e, in generale, di crescita e realizzazione dell’individuo attraverso i canali del linguaggio e della creazione. Dopo una prima fase di apprendimento, periodicamente il progetto prevede incontri di esercitazioni di gruppo con l’orchestra “Fanfaroma” nata all’interno di Controchiave, per poter partecipare insieme a festival nazionali ed internazionali.

Non è la prima volta che controchiave è titolare di un progetto con finalità sociali. In passato abbiamo collaborato con case famiglia organizzando laboratori e corsi musicali, con gli istituti penali per minorenni di diverse città italiane nell’ambito del progetto “In viaggio con l’arca” che consentì di attivare percorsi educativi, formativi e pre-lavorativi con adolescenti a rischio primario e con bambini e bambine e/o adolescenti entrati in conflitto con la legge, gli interventi nelle scuole ecc. In questo progetto abbiamo contribuito con quello che noi sappiamo fare meglio, essere un’associazione. Un’associazione che contribuisce a costruire identità individuali e collettive che tende a sviluppare nuove forme di socialità attraverso gli strumenti che la cultura fornisce.

a partire dall’11 febbraio  2020 

corso di chitarra di gruppo

(per chi non ha mai imbracciato una chitarra)

 

10 incontri serali della durata di 75′, da febbraio a maggio, il martedì dalle 20.30 presso la sede di via Gaspare Gozzi, 153

secondo il calendario seguente. 11, 18 febbraio

3, 10, 24, 31 marzo

7, 21 aprile

5, 12 maggio


i corsi saranno tenuti da Peppe Inì    Peppe Inì